Diritti cognitivi, IA e riforma del lavoro nelle imprese italiane
- Andrea Viliotti

- 1 minuto fa
- Tempo di lettura: 5 min
Nel dibattito pubblico italiano l’intelligenza artificiale entra spesso in azienda da una porta stretta: la promessa di fare di più con meno. Il riferimento di partenza, però, è qui un testo cofirmato: l’articolo pubblicato su HuffPost Italia il 25 marzo 2026 da Marco Carlomagno e Andrea Viliotti.
La tesi nasce dalla Pubblica amministrazione, ma parla direttamente alle imprese. Nel pezzo di HuffPost il punto decisivo è netto: la questione non è la tecnologia isolata, ma l’ambiente di lavoro che forma giudizio, competenze e responsabilità. In un’economia come quella italiana, fatta di PMI, filiere specializzate e grandi aziende chiamate a riallineare processi, compliance e competenze, i diritti cognitivi non sono un tema laterale: sono l’infrastruttura che separa l’innovazione solida dall’automazione cieca.
«La questione decisiva non è la tecnologia in sé ma l’ambiente di lavoro» dal pezzo cofirmato da Marco Carlomagno e Andrea Viliotti, “La vera riforma del lavoro passa dai diritti cognitivi”, HuffPost Italia, 25 marzo 2026 |

Dalla PA alle imprese, senza scorciatoie
Nel testo di HuffPost, Marco Carlomagno e Andrea Viliotti insistono sul fatto che la PA venga “prima” non per gerarchia ideologica, ma perché lì l’innovazione incontra ogni giorno cittadini e imprese. È un passaggio importante: se la pubblica amministrazione digitalizza male, scarica costi, tempi e opacità sul sistema produttivo. Ma il rovescio è ugualmente vero: se le imprese adottano IA, piattaforme e automazione senza investire nella qualità dell’habitat organizzativo, trasferiscono all’interno delle aziende la stessa combinazione di velocità apparente e incomprensibilità.
Il richiamo di Carlomagno, segretario generale FLP, a una contrattazione che non rincorra il cambiamento ma lo governi, merita attenzione anche fuori dal perimetro del lavoro pubblico. Nelle imprese questo significa una cosa semplice: le tecnologie non possono essere lasciate alla sola funzione IT o alla sola direzione operativa. Vanno riportate dentro una catena leggibile di deleghe, responsabilità, supervisione umana e formazione, altrimenti l’efficienza del breve periodo si paga con errori, contenziosi, sfiducia e perdita di apprendimento.
Il merito dell’articolo analizzato è proprio questo: non contrappone innovazione e tutela, ma sposta il criterio di valutazione. La domanda non è se l’azienda usi strumenti più avanzati; la domanda è se li usi per allargare autonomia, competenza e responsabilità, oppure per comprimere il giudizio di chi lavora dentro flussi che pochi comprendono davvero.
Il collo di bottiglia è organizzativo, non tecnologico
Oggi la questione non è se l’IA entrerà nei processi aziendali italiani. Ci è già entrata. Secondo l’Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale; tra le grandi imprese si sale al 53,1%, mentre le PMI arrivano al 15,7%. Nello stesso tempo, la quota di imprese in cui i lavoratori accedono da remoto a posta, documenti o software aziendali è salita al 76,9%. Il lavoro digitale, insomma, non è più un’eccezione: è l’ambiente ordinario in cui si formano decisioni, errori e vantaggi competitivi.
È proprio qui che la tesi dei diritti cognitivi diventa business. Quando il pezzo di HuffPost mette in guardia contro un’IA che aumenta opacità e controllo invece di rafforzare autonomia e competenza, fotografa un rischio già operativo per aziende di ogni dimensione: strumenti usati senza chiarezza sui dati, workflow accelerati senza capacità di verifica, delega crescente a output che pochi sanno contestualizzare.
Il quadro regolatorio europeo va nella stessa direzione. Le obbligazioni di AI literacy dell’AI Act si applicano dal 2 febbraio 2025 e chiedono a provider e deployer di assicurare un livello sufficiente di alfabetizzazione IA per il personale e per chi opera con quei sistemi. La Commissione europea chiarisce che non basta distribuire istruzioni per l’uso: l’approccio deve essere calibrato su ruoli, rischi, formazione pregressa e contesto d’impiego. Tradotto per un’impresa italiana, significa che HR, procurement, legale, operations e middle management devono capire abbastanza dello strumento da usarlo in modo informato, non soltanto efficiente.
Formazione continua, leggibilità, responsabilità
Qui l’Italia parte con un ritardo che rende il tema ancora più concreto. L’Istat rileva che nel 2022 ha partecipato a percorsi di istruzione e formazione poco più di un terzo degli adulti tra 25 e 64 anni, quasi undici punti sotto la media europea. Il Monitor europeo 2025 aggiunge che il divario tra adulti scarsamente qualificati e altamente qualificati è enorme: 10,3% contro 60,2%. Sul versante digitale, il Digital Decade Country Report dedicato all’Italia ricorda che solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali almeno di base. E l’OECD osserva che solo due adulti su dieci partecipano a formazione job-related, mentre soltanto il 60,2% delle imprese con almeno 10 addetti offre formazione ai propri lavoratori, contro il 76% medio dell’area europea OECD.
È difficile pensare che la transizione all’IA possa essere governata bene con una base di competenze così stretta. Per questo i diritti cognitivi, letti dal punto di vista d’impresa, coincidono con quattro priorità. La prima è la leggibilità: strumenti, dashboard, procedure e metriche devono aiutare a capire, non a deresponsabilizzare. La seconda è la formazione continua, pensata come architettura di carriera e non come spesa accessoria. La terza è la governance: ogni uso di IA che tocca selezione del personale, relazione con i clienti, pianificazione operativa o valutazione della performance richiede un perimetro esplicito di supervisione umana, responsabilità e tracciabilità. La quarta è la contrattazione, intesa non come ratifica di scelte già fatte ma come luogo in cui si negoziano tempi, impatti, competenze e qualità del lavoro.
È su questo punto che la convergenza tra Marco Carlomagno e Andrea Viliotti pesa di più. Il testo di HuffPost richiama esplicitamente due percorsi che si incontrano: il paper di Andrea Viliotti sui diritti cognitivi come diritti di habitat e la relazione di Marco Carlomagno al convegno FLP del 12 marzo 2026 sull’innovazione nella Pubblica amministrazione, i rinnovi contrattuali, i percorsi di carriera e la qualità del lavoro pubblico. Per le imprese italiane è una distinzione decisiva: chi considera i diritti cognitivi una barriera li tratterà come costo; chi li considera un’infrastruttura di affidabilità li trasformerà in produttività migliore, minore errore, più attrattività per competenze tecniche e manageriali.
La competitività, prima di tutto, è qualità del giudizio
Il merito dell’articolo cofirmato da Marco Carlomagno e Andrea Viliotti, ripreso qui in chiave d’impresa, è aver riportato il discorso sull’IA dal terreno della retorica a quello dell’organizzazione. Un’azienda può accelerare i processi e, nello stesso tempo, indebolire il giudizio di chi lavora. Può automatizzare di più e imparare di meno. Può guadagnare velocità e perdere fiducia. I diritti cognitivi servono precisamente a evitare questo scambio tossico.
Per un sistema produttivo come quello italiano, dove il vantaggio competitivo nasce spesso dalla qualità diffusa del lavoro più che dalla pura scala, la questione è persino più urgente. La vera riforma del lavoro non sarà solo quella che incentiva gli investimenti digitali, ma quella che rende le imprese capaci di capire i propri strumenti, formare i propri team, chiarire le responsabilità e usare l’IA per aumentare la qualità delle decisioni. È in questo senso che il titolo dell’intervento di Carlomagno e Viliotti va preso alla lettera: la competitività passa dai diritti cognitivi, perché senza di essi l’innovazione corre, ma l’organizzazione arretra.
Riferimenti essenziali
• Marco Carlomagno e Andrea Viliotti, “La vera riforma del lavoro passa dai diritti cognitivi”, HuffPost Italia, 25 marzo 2026.
• Istat, “Imprese e Ict – Anno 2025”, 15 dicembre 2025.
• Istat, “La formazione degli adulti – Anno 2022”, 8 aprile 2024.
• Commissione europea, AI Act e “AI Literacy – Questions & Answers”, aggiornamenti 2025-2026.
• Commissione europea, Italy 2024 Digital Decade Country Report.
• European Commission / Publications Office, Education and Training Monitor 2025 – Italy.
• OECD, Adult Learning in Italy.



Commenti