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ChatGPT apre agli annunci: la nuova economia dei chatbot tra accesso, pubblicità e regole

OpenAI porta il piano low‑cost ChatGPT Go a livello globale e annuncia un test di annunci negli Stati Uniti su Free e Go. La promessa è netta: risposte non influenzate dalla pubblicità, annunci separati ed etichettati, controlli sulla personalizzazione e stop a temi sensibili. Ma introdurre l’advertising dentro una conversazione non è “solo un nuovo formato”: sposta gli incentivi, ridisegna la filiera search‑ads‑commerce e riapre il dossier editori‑piattaforme, con regolatori USA‑UE‑Cina sullo sfondo.


ChatGPT apre agli annunci
ChatGPT apre agli annunci

Per anni i chatbot sono stati raccontati come il contrario della pubblicità: strumenti di produttività e ricerca, “puliti” e pagati tramite abbonamenti o contratti enterprise. L’annuncio di OpenAI del 16 gennaio 2026 – test di annunci negli Usa per utenti adulti sui piani Free e Go, con piani a pagamento superiori senza ads – segna una svolta industriale: l’interfaccia conversazionale entra ufficialmente nel perimetro adtech. E, come accade ogni volta che un nuovo “schermo” diventa monetizzabile, cambia non solo il conto economico delle piattaforme ma anche la mappa del potere: chi controlla l’accesso agli utenti, chi controlla i dati, chi controlla la distribuzione.


 Prezzi dei piani a pagamento (USD/mese). Fonte dati: OpenAI (annuncio su ChatGPT Go).
 Prezzi dei piani a pagamento (USD/mese). Fonte dati: OpenAI (annuncio su ChatGPT Go).

Prezzi dei piani a pagamento (USD/mese). Fonte dati: OpenAI (annuncio su ChatGPT Go).

Paesi di lancio iniziale di ChatGPT Go (171). Fonte dati: OpenAI (annuncio su ChatGPT Go).
Paesi di lancio iniziale di ChatGPT Go (171). Fonte dati: OpenAI (annuncio su ChatGPT Go).

Perché gli annunci in chat cambiano gli incentivi (non è solo un “nuovo formato”)

Nel mondo della search, la logica economica è nota: l’utente esprime un intento (query), il motore risponde con link e risultati sponsorizzati, l’inserzionista paga per intercettare quel momento. In una chat, però, l’intento non è una fotografia: è un flusso. Il contesto si accumula, le preferenze emergono, la conversazione può spostarsi dal “capire” al “decidere” senza cambiare interfaccia.


Questo rende l’advertising conversazionale potenzialmente più “performante”, ma anche più delicato. La ragione è semplice: in una chat la risposta non è un elenco di opzioni, è un consiglio – e spesso un consiglio dato in un momento di vulnerabilità informativa (salute, finanza personale, politica, scelte familiari). Il rischio reputazionale non nasce solo da un annuncio sbagliato, ma dalla percezione che l’assistente abbia un incentivo a “spingere” una scelta.


Per capire perché la posta in gioco è alta, basta guardare la scala economica della pubblicità digitale: il rapporto IAB/PwC indica per gli Stati Uniti ricavi 2024 pari a 258,6 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 225 miliardi del 2023. Chi controlla il nuovo schermo conversazionale può candidarsi a intercettare una quota di quel valore – ma a patto di non compromettere la fiducia.

Ricavi della pubblicità digitale negli Stati Uniti (IAB/PwC). Fonte dati: IAB/PwC, Internet Advertising Revenue Report (2023 e 2024).
Ricavi della pubblicità digitale negli Stati Uniti (IAB/PwC). Fonte dati: IAB/PwC, Internet Advertising Revenue Report (2023 e 2024).

OpenAI: accesso low‑cost e test ads. La promessa è “indipendenza della risposta”

OpenAI lega esplicitamente la mossa a un doppio obiettivo: ampliare l’accesso e diversificare i ricavi. Da un lato spinge ChatGPT Go, piano a 8 dollari al mese negli Stati Uniti; dall’altro annuncia che “nelle prossime settimane” inizierà a testare annunci negli Usa per utenti adulti su Free e Go, lasciando senza ads Plus, Pro, Business ed Enterprise.


Il punto chiave non è tanto l’introduzione di un’unità pubblicitaria, quanto il set di principi dichiarati: annunci separati e chiaramente etichettati, risposte non influenzate dagli inserzionisti, conversazioni “private dagli inserzionisti” e possibilità di disattivare la personalizzazione. È, in sostanza, un tentativo di costruire fin dall’inizio una separazione tra "motore della risposta" e "motore della monetizzazione".


OpenAI chiarisce anche la forma del test: annunci “in fondo alle risposte” quando c’è un prodotto o servizio sponsorizzato pertinente rispetto alla conversazione; nessun annuncio per account under 18 (dichiarati o previsti) e stop a temi sensibili o regolamentati come salute e politica. Scelte che anticipano, almeno in parte, le attese regolatorie su targeting e brand safety.


I principi OpenAI sugli annunci (e cosa resta da verificare)

Cosa viene dichiarato:

·        Risposte non influenzate dagli annunci.

·        Annunci separati ed etichettati in modo chiaro.

·        Conversazioni “private dagli inserzionisti”.

·        Controlli utente: disattivazione personalizzazione, cancellazione dati annunci, possibilità di nascondere un annuncio e indicarne il motivo.

·        Esclusioni: niente ads per account under 18; niente ads su temi sensibili/regolamentati (es. salute, politica).

·        Nessun annuncio su Plus/Pro/Business/Enterprise (almeno nella fase annunciata).

 

Cosa resta da verificare (domande aperte):

·        Audit indipendenti: come si dimostra, nel tempo, la separazione tra ranking/risposta e monetizzazione?

·        Meccanismi di attribuzione: quando e come l’answer engine rimanda a fonti e siti (link-out, citazioni, repository)?

·        Targeting e dati: quale quota è davvero contestuale e quale dipende da profilazione? Come funzionano opt‑out e data retention?

·        Brand safety: quali categorie sono escluse e con quali sistemi di enforcement/appeal per inserzionisti e utenti?

 

La nuova “mixology” dei ricavi: abbonamenti, enterprise, licensing, API, commerce

L’arrivo degli annunci non cancella i modelli esistenti: li ricompone. OpenAI, nel comunicare i test, insiste su una ‘diverse revenue model’: un mix in cui la pubblicità finanzia l’accesso (Free e Go) mentre abbonamenti ed enterprise mantengono un posizionamento premium senza ads. È un’impostazione che ricorda la logica media: free o low‑cost sostenuto da advertising, e livelli superiori sostenuti da pricing e servizi.


Accanto a subscription ed enterprise, però, l’era dei chatbot mette al centro altre due voci: il licensing dei contenuti (per migliorare qualità, aggiornamento, citazioni e ridurre contenziosi) e il commerce (dall’affiliazione ai marketplace). In pratica: se l’assistente diventa un ‘”decision engine”, ogni anello della catena – contenuti, distribuzione, dati, transazione – può essere monetizzato. Per questo gli ads conversazionali vanno letti come un tassello di un modello più ampio, non come una semplice estensione del display.


Nel resto dell’ecosistema, le scelte sono più diversificate. Anthropic – per posizionamento e narrativa – tende a puntare su abbonamenti e offerta enterprise, mantenendo l’attenzione su sicurezza e affidabilità più che su monetizzazione pubblicitaria. Meta, invece, parte dall’economia della pubblicità: integra funzioni generative nelle proprie app e usa i segnali di interazione per migliorare raccomandazioni e targeting, con un vantaggio strutturale dato dalla scala delle sue property. Perplexity si è mossa come “segnale debole”: sperimentazioni su formati sponsorizzati dentro l’esperienza di risposta per capire come monetizzare senza perdere credibilità.


Il punto per il mercato è che non esiste un solo equilibrio. Il mix ricavi dipenderà da tre variabili: (1) potere di distribuzione (search/OS/app), (2) accesso a dati e identità, (3) regime regolatorio. Da qui la probabilità che, nei prossimi mesi, vedremo soluzioni ibride: abbonamenti per la produttività, ads per l’accesso, e commerce per monetizzare l’intento.


Google e Microsoft: perché gli incumbent hanno un vantaggio strutturale

Se OpenAI apre un nuovo fronte, Google e Microsoft arrivano con un arsenale diverso: controllo della distribuzione (browser, OS, app), infrastrutture cloud e – soprattutto – network pubblicitari e sistemi di misurazione già rodati.


Google ha già integrato ads nel perimetro generativo della ricerca: la documentazione Google Ads descrive annunci mostrabili sopra, sotto o dentro le AI Overviews, con esclusioni per verticali sensibili (politica, salute e altri). In parallelo, la comunicazione ufficiale su AI Overviews sottolinea la presenza di link e la distinzione tra organico e sponsorizzato. Tradotto: la search sta sperimentando una nuova UX senza rinunciare al modello intent‑driven che ha costruito l’economia di Google.


Microsoft, dal canto suo, ha lavorato sulla pubblicità dentro Copilot fissando principi simili a quelli dichiarati da OpenAI: risposte organiche non influenzate dallo sponsorizzato e contenuti “sponsored” distintamente marcati e mostrati solo quando rilevanti. E sta progettando formati nativi per l’esperienza conversazionale (ad esempio esperienze “showroom” e filtri dinamici) che avvicinano la chat al commerce.


Per le imprese, questo significa una cosa: la partita non sarà “un solo chatbot”, ma un ecosistema di superfici e standard. E gli incumbent possono usare leve di sistema (search, browser, Windows, Android, cloud, account identity) per accelerare la distribuzione e la misurazione – anche quando i nuovi player innovano più velocemente sul prodotto.


Quattro scenari (A–D): dove può spostarsi il valore

Per evitare previsioni “a numero” senza dati, qui gli scenari sono letti come configurazioni di incentivi e regole. La matrice seguente posiziona i quattro scenari lungo due assi: intensità della monetizzazione e fiducia percepita.


Matrice scenari: schema concettuale (elaborazione redazionale).
Matrice scenari: schema concettuale (elaborazione redazionale).

Matrice scenari: schema concettuale (elaborazione redazionale).

Scenario A — “Ads‑adjacent minimal”: Annunci separati, contestuali e a bassa intrusività; trasparenza e fiducia come asset competitivo.

Scenario B — “Performance in‑chat”: Formati conversazionali orientati a conversione e misurazione; pressione su brand safety, attribuzione e percezione di bias.

Scenario C — “Commerce + agent”: Chatbot/agent come interfaccia d’acquisto end‑to‑end; compressione del customer journey e riallineamento con retail media e partnership.

Scenario D — “Regulatory clampdown”: Stretta privacy/antitrust + standard di trasparenza: targeting ridotto, più peso su abbonamenti, enterprise e licensing.


Editori e traffico: dalla disintermediazione alla negoziazione

Quando la risposta si sposta “sopra” i link, la domanda per gli editori diventa brutale: il valore resta nei contenuti o migra nell’interfaccia che li riassume? La tensione è già visibile. Nel 2025 un gruppo di publisher ha presentato un esposto antitrust in UE contro le AI Overviews, sostenendo di subire danni in termini di traffico e ricavi e lamentando l’impossibilità di “opt‑out” dall’uso dei contenuti per riassunti senza perdere visibilità nella ricerca.


L’altra parte della storia è la narrativa delle piattaforme: Google afferma che le nuove esperienze generative creano opportunità di scoperta e inviano traffico ai siti. Il punto, per ora, è che mancano standard condivisi di audit per misurare – in modo comparabile – cosa succede a click‑out, tempo di lettura, abbonamenti e revenue quando l’utente resta nell’answer engine.


In questo contesto, la strategia editoriale si sposta da SEO a AEO (Answer Engine Optimization): strutturare i contenuti per essere citabili, ottenere attribuzione e link, negoziare licenze dove l’uso dei contenuti diventa sistematico. Per i brand, l’effetto collaterale è importante: se cambiano i flussi di traffico, cambiano anche reach, brand safety e qualità dell’inventory nei circuiti pubblicitari tradizionali.


USA–UE–Cina: la geopolitica dei dati entra nella monetizzazione

L’advertising conversazionale non nasce nel vuoto: atterra su regole e sensibilità diverse. In UE, ad esempio, il Digital Services Act vieta la pubblicità mirata ai minori e limita l’uso di dati sensibili per targeting; il Digital Markets Act spinge su obblighi di concorrenza e non discriminazione per i gatekeeper. Nel frattempo, l’AI Act introduce un quadro di trasparenza e accountability che può riflettersi anche su come sono progettate disclosure e controlli nell’uso di sistemi generativi.


Negli Stati Uniti, il quadro è più frammentato e spesso guidato da enforcement e regole settoriali; per l’industria, la conseguenza è una crescente attenzione a standard volontari e “best practice” sulla disclosure dell’uso di AI in contenuti e annunci. Non a caso, a gennaio 2026 IAB ha pubblicato un framework di trasparenza e disclosure per l’uso di AI nell’advertising, basato su un approccio “risk‑based” (disclosure quando l’AI può ingannare sull’autenticità/identità/representazione).


In Cina, le regole su AI generativa e deep synthesis tendono a enfatizzare obblighi di etichettatura e governance dei contenuti, con un’attenzione particolare alla stabilità sociale e alla responsabilità delle piattaforme. Per le multinazionali, la conseguenza pratica è che un “solo” prodotto chatbot con ads può dover diventare tre: uno per la compliance UE, uno per USA, uno per Cina.


Dal prompt alla transazione: scenario “commerce + agent” e filiera retail media

L’aspetto più interessante degli ads conversazionali non è il banner: è la possibilità che la chat diventi un “commesso digitale” che accompagna fino alla transazione. OpenAI, descrivendo i formati di test, parla già della possibilità di vedere un annuncio e porre domande direttamente per decidere un acquisto. Microsoft, con Copilot, lavora su esperienze immersive e su agenti che potrebbero interagire con altri agenti (brand agents) in scenari di shopping e lead generation.


Qui emerge un possibile riallineamento con il retail media: se l’assistente è in grado di collegarsi a cataloghi, disponibilità, prezzi, consegne, e soprattutto a un sistema di checkout, la monetizzazione non è più solo CPM o CPC. Diventa anche commissione, affiliate, fee di referral o margine di servizio. È un cambio di “unit economics”: l’ads conversazionale può essere un ponte tra marketing e operations, non solo tra creatività e media buying.


Da query a transazione: punti di inserimento ads e controlli (schema concettuale, elaborazione redazionale).
Da query a transazione: punti di inserimento ads e controlli (schema concettuale, elaborazione redazionale).

RISK RADAR — principali rischi e segnali precoci

Rischi chiave:

·        Perdita di fiducia / percezione di bias nella risposta

·        Brand safety e contesto conversazionale (temi sensibili, disinformazione, contenuti generati)

·        Compliance privacy (minori, dati sensibili, opt‑out, retention)

·        Disintermediazione del traffico verso siti/editori

·        Dipendenza da piattaforma (SPOF: standard, dati, distribuzione, metriche proprietarie)

 

Early signals (monitorabili senza soglie numeriche):

·        Nuovi formati “sponsored” nelle chat e nuove disclosure UI

·        Partnership/licensing con editori e repository di annunci

·        Aggiornamenti su policy per minori, sensibili, politica/health

·        Interventi antitrust/privacy su search‑AI e uso dei contenuti

·        Comparsa di agenti che gestiscono prenotazioni/acquisti end‑to‑end

 

Takeaway per imprese e brand: prepararsi a un mondo “answer‑first”

Per chi fa marketing, comunicazione ed eCommerce, l’arrivo degli ads in chat non è un tema “da piattaforme”. È un cambiamento operativo: nuovi punti di contatto, nuove metriche, nuove responsabilità. Il rischio è inseguire l’ennesimo canale; l’opportunità è ripensare il customer journey quando la risposta (e non il click) diventa il primo asset.


Cinque takeaway pratici:

·        Trattare gli assistant come un canale di discovery e di assistenza, non solo come un media: serve contenuto strutturato, aggiornato, citabile e coerente con policy brand safety.

·        Prepararsi a un advertising più contestuale e conversazionale: creatività e prodotto devono “reggere” domande e obiezioni in tempo reale.

·        Rafforzare i dati di prima parte (CRM, cataloghi, knowledge base) e la governance: con agenti e chat‑commerce, la qualità del dato diventa parte della UX.

·        Misurare in modo multi‑touch e non farsi “intrappolare” da una sola piattaforma: diversificazione di canali, standard di attribuzione, esperimenti controllati.

·        Monitorare regolazione e disclosure: trasparenza su ads vs answer, consenso e minori/sensibili sono già nel perimetro di policy e normative.


Checklist 30/60/90 giorni (Enterprise Execution Layer)

Orizzonte

CMO/Marketing

CIO/IT

Legal/DPO

Sales/eCom

Agency/Partner

30 giorni

Audit presenza su answer engines; mappa rischi brand safety; aggiornare briefing creativi per contesto conversazionale.

Inventario dati/knowledge base; verifica integrazioni (CRM/cataloghi/FAQ); definire logging minimo.

Checklist privacy: consensi, minori, sensibili; policy interna su uso AI e advertising; review contratti agenzia.

Identificare use case ad alto intento (lead, assistenza, cross‑sell); definire journey “answer‑first”.

Setup monitoraggio (disclosure, placement); linee guida copy; governance escalation per incidenti.

60 giorni

Sperimentare creatività conversazionali (Q&A, comparazioni); piano contenuti per citazioni e attribuzione (AEO).

Pilot integrazione con cataloghi e pricing; test knowledge retrieval; definire KPI qualitativi (qualità risposta, soddisfazione).

Valutare trasferimenti dati e fornitori; processi di audit (ads vs answer); aggiornare DPIA se necessario.

Testare formati commerce/lead (preventivi, prenotazioni); definire offerte e regole di eligibility.

Misurazione: attribuzione e incrementality (design esperimenti); template report per board.

90 giorni

Strategia multi‑canale: search, social, retail media, chat; definire budget e governance (soglie decisionali, non numeriche).

Roadmap agenti: integrazione con workflow (ticketing, procurement); hardening sicurezza e accessi.

Playbook compliance per UE/USA/Cina (se applicabile); contrattualistica e gestione reclami/DSA.

Scale: integrare chat‑assist in post‑vendita e loyalty; training team; definire ruoli e responsabilità.

Operating model: SLA, brand safety review, crisis comms; aggiornare policy creative e data sharing.


Il filo rosso: chi paga la risposta, chi controlla l’interfaccia

La pubblicità “in chat” non è un semplice trasloco del display in un nuovo contenitore: è la risposta industriale a una domanda più profonda, che riguarda i costi dell’IA generativa e il controllo del punto di decisione. Quando l’assistant diventa la prima interfaccia di ricerca, assistenza e acquisto, l’inserzione non compete più solo per un click, ma per la fiducia dell’utente nel momento in cui forma una scelta.


Qui sta il trade‑off: l’ads può finanziare accesso e prezzo più basso, ma introduce un rischio di Goodhart sull’esperienza (“ottimizzare per monetizzare” anziché “ottimizzare per essere utile”). Per questo i principi di separazione, etichettatura e tutela della privacy dichiarati da OpenAI – e i meccanismi equivalenti che adotteranno o rivendicheranno Google e Microsoft – diventano parte del prodotto, non un dettaglio di compliance: se l’utente percepisce che la risposta è "spinta" dalla sponsorizzazione, il capitale‑fiducia si erode e si indebolisce anche la gamba degli abbonamenti.


Il filo rosso che lega OpenAI, gli incumbent e i regolatori (USA–UE–Cina) è quindi questo: chi controlla distribuzione, misurazione e regole di trasparenza controlla il mercato “answer‑first”. Per editori e brand la conseguenza è operativa: bisogna negoziare visibilità e citabilità, costruire contenuti e dati che "reggano" la conversazione, e ridurre la dipendenza da un solo canale. In un’economia della risposta, la competitività si misurerà meno sulla posizione in pagina e più sulla capacità di essere scelti – e verificati – dentro l’interazione.

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