Apple scommette su Gemini per la nuova Siri
- Andrea Viliotti

- 13 gen
- Tempo di lettura: 3 min
L’accordo Apple-Google sposta la competizione IA su distribuzione, cloud e regolazione.

Apple e Google hanno formalizzato una collaborazione pluriennale: la prossima generazione di Apple Foundation Models sarà basata sui modelli Gemini e sulla tecnologia cloud di Google. Il punto non è solo “riparare” Siri, ma spostare un pezzo della catena del valore: dal device alla fondazione del software. Per le imprese italiane significa una cosa concreta: l’IA generativa arriva dentro il parco iPhone e iPad con un fornitore dominante, e con nuove conseguenze su procurement, compliance e sicurezza.
L’annuncio è rilevante perché avviene nel punto in cui l’IA diventa infrastruttura di prodotto. Apple mantiene la regia dell’esperienza utente — interfaccia, permessi, integrazione tra app — ma riconosce che, sul livello dei foundation models, la partita richiede scala di ricerca e calcolo che oggi pochi operatori possono sostenere. Il risultato è un’architettura ibrida: promessa di esecuzione su dispositivo e su Private Cloud Compute, con una “base” modellistica esterna. Per il mercato, la domanda si sposta da «chi ha il modello migliore» a «chi controlla canali e condizioni d’accesso».
Per Apple è anche una scelta di time-to-market. In un settore dove le funzionalità diventano attese nel giro di mesi, non di cicli prodotto, l’alternativa a un accordo era rallentare o ridurre ambizione. Delegare la fondazione non equivale a cedere il prodotto: significa comprare capacità — e tempo — mantenendo la leva della distribuzione. Il prezzo, però, è la dipendenza da una roadmap altrui: se Gemini evolve (o cambia policy e pricing) Apple deve assorbire l’impatto senza rompere l’esperienza. È un rischio di filiera, non diverso da quello sui chip, ma più opaco perché riguarda API e comportamenti emergenti.
Distribuzione prima del modello
Per Google/Alphabet, l’accordo è una vittoria di distribuzione rara. Portare Gemini sotto il cofano di un ecosistema con una base installata enorme significa ridurre il costo di acquisizione utenti e spostare attenzione verso il proprio stack, anche quando l’utente “vede” solo Siri o Apple Intelligence. È qui che la concorrenza con OpenAI, Microsoft e Amazon si fa più dura: se l’assistente diventa il nuovo browser, chi lo alimenta guadagna accesso privilegiato a query, contesto e bisogni. Anche senza possedere l’interfaccia, può orientare standard di sicurezza, tool di sviluppo, integrazione cloud e, soprattutto, la narrativa su qualità e affidabilità.
Questo spiega perché la partita non è solo consumer. In enterprise, l’“effetto standard” nasce quando i dipendenti usano sul telefono gli stessi strumenti che poi chiedono sul posto di lavoro. Se la base modellistica di Apple si allinea a Gemini, cresce la probabilità che anche le aziende chiedano compatibilità con quell’ecosistema: account, controlli, audit e connettori. L’impatto si vede sui contratti: più richieste di clausole su localizzazione, logging, incident response e diritto di recesso, perché la posta in gioco è il lock-in applicativo, non solo il costo per token. Per CIO e procurement, la parola d’ordine diventa multi-fornitore disciplinato, non sperimentazione infinita.
Dipendenza, antitrust, privacy
L’alleanza, però, arriva con un bagaglio regolatorio. Apple e Google hanno già un rapporto storico sulla ricerca; aggiungere uno strato di IA può alimentare letture antitrust su “incumbent che si rafforzano a vicenda”. Sul fronte privacy, la promessa di Apple — elaborazione on-device e in Private Cloud Compute — resta un asset, ma l’asticella della prova si alza: i clienti corporate chiederanno trasparenza su quali richieste escono dal device, che cosa viene memorizzato, per quanto tempo, e con quale separazione tra dati utente e addestramento. In parallelo, la governance europea sull’IA sta entrando in una fase più operativa: per molte aziende, questo significa che le scelte di modello e fornitore diventano materia da comitato rischi, non da team sperimentale.
Per i concorrenti, il messaggio è chiaro: la catena del valore si sta spostando verso “bundle” di modello, cloud e distribuzione. Microsoft punta a presidiare PC e produttività con Copilot; Amazon spinge l’aggregazione di modelli via piattaforme; Meta gioca la carta dell’apertura e dei pesi scaricabili; Anthropic difende posizionamento su sicurezza e affidabilità; OpenAI deve bilanciare ambizione di piattaforma con partnership che possono diventare instabili quando l’intermediario controlla l’utente finale. Per le imprese italiane, la lezione è una: scegliere un solo “fornitore totale” aumenta velocità, ma riduce potere contrattuale. In un mercato che si consolida, la resilienza viene dalla capacità di sostituire componenti senza riscrivere processi.






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