Meno nati, più occupati. Il decennio 2015-2025 e le quattro Italie possibili al 2035
- Andrea Viliotti

- 26 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Nel 2015 l’Italia entrava nel “dopo-crisi” con una promessa implicita: tornare a crescere senza strappi sociali. Dieci anni dopo, il bilancio è più ambiguo. Abbiamo recuperato pezzi importanti – occupazione, speranza di vita, dispersione scolastica – ma la traiettoria demografica e la fragilità della produttività restano il vincolo di fondo. La partita 2026-2035, dentro un’Europa più esposta e un mondo più competitivo, non è scritta: dipende da scelte realistiche e da ciò che avremo il coraggio di misurare.

1) Demografia: il vincolo che non si vota
La popolazione scende da anni: al 1° gennaio 2016 era 60,656 milioni; a fine 2024 è 58,934 milioni. Nel 2024 le nascite sono scese a 370 mila e la fecondità a 1,18 figli per donna (1,20 nel 2023): minimo storico. Nello stesso anno gli espatri sono stati 191 mila. È qui che vedo la “doppia compressione”: meno potenziali genitori, più giovani mobili, più anziani da sostenere. Non è un destino, ma è un dato: ogni politica economica oggi si muove dentro questa cornice, e la cornice è destinata a pesare di più se non si agisce su lavoro, casa e servizi.
2) Benessere: più anni di vita, ma non uguali
La ferita Covid è stata uno spartiacque: nel 2024 la speranza di vita alla nascita è risalita a 83,4 anni, sopra i livelli pre-pandemici. Ma il benessere materiale è diventato più fragile. Nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone sono in povertà assoluta (9,8% della popolazione), sostanzialmente stabile rispetto al 2023. Il punto che mi interessa non è morale, è economico: una povertà “stabile” dopo un decennio così turbolento segnala che le reti di protezione reggono, ma anche che una parte del Paese resta intrappolata in bassa mobilità sociale e in poca capacità di assorbire shock (inflazione, tassi, energia).
3) Scuola e formazione: progressi, ma con un Sud che pesa
La dispersione scolastica (early leavers 18-24) è scesa con continuità: dal 14,7% nel 2015 al 9,8% nel 2024. È un miglioramento vero. Ma resta un’Italia a due velocità: nel Mezzogiorno i tassi sono più alti e il divario per gli studenti nati all’estero resta ampio. Se il capitale umano è il ponte verso la produttività, qui vedo il collo di bottiglia più sottovalutato: non tanto “più scuola” in astratto, quanto competenze di base solide (lettura, matematica, digitale) e percorsi tecnici credibili e scalabili, collegati a imprese reali e a una domanda di lavoro riconoscibile.
4) Lavoro ed economia: più occupazione, poca trasformazione
Sul lavoro il decennio ha avuto una buona notizia: nel 2024 il tasso di occupazione 20-64 anni è arrivato al 67,1% (pur restando tra i più bassi dell’UE). Anche i NEET 15-29 sono diminuiti molto rispetto al 2014 (-11 punti percentuali), ma restano ancora sopra il 14%: un segnale di mismatch che continua a “bruciare” crescita potenziale, soprattutto per giovani e donne. Sullo sfondo, il nodo macro: il debito pubblico è al 135,3% del PIL (fine 2024). Questo non è solo un numero contabile: è il vincolo che rende ogni scelta più stretta, in un’area euro dove le regole fiscali sono tornate centrali e i tassi non sono più quelli del decennio scorso.
2026-2035: quattro scenari plausibili (e molto diversi)
Qui entra il mondo: competizione USA-Cina su tecnologia e catene del valore, instabilità a Est e nel Mediterraneo, transizione energetica, migrazioni. E un’Europa che ha cambiato cornice fiscale nel 2024, mentre accelera su difesa e sicurezza. L’Italia è il principale beneficiario del PNRR (194,4 mld fra prestiti e sovvenzioni), ma il calendario è stretto: la vera partita è chiudere bene entro il 2026 e, dal 2027, trasformare quella spinta straordinaria in capacità ordinaria.
Scenario A — “Italia-UE: investimento disciplinato”
Se l’Italia usa davvero il PNRR come leva di produttività (non solo di spesa) e si adatta bene alle nuove regole fiscali europee, allora può ottenere un decennio di crescita moderata ma stabile.
Driver esterni: un’UE più coordinata su sicurezza e industria; un mercato energetico meno volatile; un “de-risking” tecnologico che riporta in Europa parte di investimenti e competenze.
Driver interni: capacità amministrativa, concorrenza nei servizi, capitale umano tecnico. Imprese: scala, export, automazione e innovazione di processo. Policy: spendere meglio, valutare ex post, e usare la leva europea per ridurre i colli di bottiglia (giustizia civile, PA, concorrenza).
Scenario B — “Status quo: sopravvivere senza riformare”
Se continuiamo a migliorare “a piccoli passi” su occupazione e scuola, ma senza affrontare produttività, concorrenza, giustizia civile e pubblica amministrazione, allora il Paese regge ma non accelera.
Driver esterni: crescita europea debole; competizione tech che penalizza chi resta frammentato; pressioni fiscali che riducono lo spazio per politiche anticicliche.
Driver interni: demografia e mismatch. Imprese: difesa del margine più che investimento; molta innovazione “di nicchia”, poca diffusione; territori che si separano. Policy: manutenzione dell’esistente e micro-incentivi, con il rischio di disperdere risorse.
Scenario C — “Frammentazione e shock”
Se la geopolitica resta turbolenta (energia, sicurezza, catene di fornitura) e l’Europa si divide su difesa, migrazioni e industria, allora l’Italia – con poco spazio fiscale – entra in una sequenza di shock che amplificano i divari territoriali.
Imprese: supply chain ridisegnate, premi per chi ha ridondanze, liquidità e capacità di spostare produzione; penalità per chi dipende da un solo mercato o da una sola tecnologia.
Policy: protezione mirata dei vulnerabili e gestione delle tensioni sociali, ma rischio di misure generaliste inefficaci perché il vincolo di bilancio restringe le opzioni. In questo scenario contano soprattutto la resilienza locale (sanità, energia, trasporti) e la capacità di governare i flussi migratori senza trasformarli in conflitto permanente.
Scenario D — “Rimbalzo produttivo”
Se invece la pressione esterna costringe a fare ciò che rimandiamo da vent’anni – crescita dimensionale, innovazione, capitale umano, attrazione di talenti – allora il Paese può avere un rimbalzo di produttività anche con demografia sfavorevole. È lo scenario più difficile, ma non utopico: richiede coerenza tra scuola, lavoro, industria e fisco. Richiede soprattutto fiducia operativa: cittadini e imprese devono credere che investire e formarsi “convenga”, perché regole e tempi sono prevedibili.
Cosa monitorare (davvero) nei prossimi anni
1) Nascite, età media al parto e saldo migratorio, ma anche la “fuga” di giovani qualificati.
2) NEET e competenze di base: termometro del mismatch.
3) Chiusura PNRR e “dopo-PNRR”: nel 2026 completare le opere e le riforme che fanno davvero differenza; dal 2027 misurare effetti e messa a regime (tempi, servizi, produttività), evitando che resti una spesa una tantum.
4) Debito e costo del servizio del debito: margine di manovra in caso di shock.
Leve realistiche
Primo: una politica familiare e del lavoro che riduca il costo-opportunità dei figli (servizi 0-6, orari, carriera femminile). La demografia è ormai un tema di competitività.
Secondo: formazione tecnica e continua (ITS, upskilling in azienda) come infrastruttura produttiva: non solo più titoli, più competenze spendibili.
Terzo: produttività da scala e innovazione: meno frammentazione, più capitale per crescere, più concorrenza nei servizi che oggi pesano su costi e tempi delle imprese.
Quarto: capacità dello Stato: tempi, competenze, valutazione ex post. Senza questa, anche le migliori risorse europee diventano spesa, non sviluppo.
Io non credo alle profezie. Credo però ai vincoli: demografia, produttività, fiducia. E credo che il 2035 dell’Italia dipenderà soprattutto da quanto saremo disposti a spostare energie – politiche e aziendali – dalle misure che danno consenso immediato alle scelte che migliorano, misurabilmente, la traiettoria del Paese.






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