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Dall’immunità adattiva ai LLM: perché l’IA in azienda funziona solo se la tratti come un sistema che impara

Il preprint di Sai T. Reddy (ETH Zurich/Botnar Institute of Immune Engineering) mette in parallelo quattro “convergenze” tra immunologia e intelligenza artificiale. Tradotte in chiave manageriale, indicano un’agenda: dati, feedback e governance prima degli slogan.


È una tentazione ricorrente: comprare un “copilota”, collegarlo ai documenti aziendali e aspettarsi che il valore emerga. Ma l’intelligenza artificiale in impresa non è un impianto, è un metabolismo. Funziona quando l’organizzazione costruisce un ciclo di apprendimento: che cosa conta come “vero”, chi decide cosa è “buono”, come si misura l’errore e come lo si riduce. Un recente preprint teorico di Sai T. Reddy, immunologo computazionale all’ETH Zurich, offre una lente insolita ma utile: la convergenza tra immunità adattiva e architetture moderne di IA.


Adozione IA in azienda
Adozione IA in azienda

Che cosa sostiene il paper (e che cosa no)

Il paper (“Computational Convergence of Adaptive Immunity and Artificial Intelligence”, bioRxiv, doi:10.64898/2026.02.03.703525) è dichiaratamente teorico: non introduce nuovi dati sperimentali. Propone invece una cornice di equivalenze e analogie computazionali tra il modo in cui il sistema immunitario seleziona anticorpi efficaci e il modo in cui i modelli di IA selezionano rappresentazioni utili. L’autore distingue due convergenze “esatte” (equazioni equivalenti) e due convergenze “strategiche” (strutture di progetto simili).

 

Quattro convergenze tra immunità adattiva e IA (sintesi da Reddy, 2026, Table 1).
Quattro convergenze tra immunità adattiva e IA (sintesi da Reddy, 2026, Table 1).

È importante anche ciò che il paper esplicita di non voler dire: l’equivalenza è “a livello algoritmico”, non un’identità fisica; non è un’argomentazione “teleologica” (nessuna natura che “progetta”); e non è un catalogo esaustivo (“non tutti i meccanismi immunitari hanno analoghi IA”). Per un’impresa, questa prudenza è già una lezione di governance: distinguere ciò che un modello è in grado di fare oggi da ciò che speriamo faccia domani, e mettere per iscritto i confini del claim.


Le due equivalenze: selezione e probabilità, non magia

La prima equivalenza collega l’attenzione dei Transformer alla distribuzione di Boltzmann: in forma semplificata, la softmax assegna un peso a ciascun “candidato” proporzionale a exp(score) e normalizza sulla somma. È una regola di selezione probabilistica: più un elemento è compatibile con la query, più influenza l’output. In azienda, questo si traduce in un punto pratico: se non definisci che cosa deve essere selezionato (documenti, procedure, dati autorizzati) e con quali criteri, stai delegando a un ranking opaco una parte del processo decisionale.


La seconda equivalenza riguarda il contrastive learning: l’obiettivo InfoNCE può essere letto come −log della probabilità di selezionare il “positivo” in mezzo a molti “negativi”. Anche qui, la domanda manageriale non è “quanto è bravo il modello”, ma “chi definisce positivi e negativi, con quale metodo”. Se un team non costruisce set di valutazione, casi d’uso, esempi di errore e definizioni operative di qualità, sta lasciando che l’apprendimento avvenga per inerzia (o peggio: per ottimizzazione di proxy non allineati al business).


L’adozione a stadi: una tabella che somiglia a un piano industriale

Nel paper, la gerarchia di addestramento dei grandi modelli (pre-training → fine-tuning → RLHF) viene messa in parallelo con tre fasi dell’affinity maturation nell’immunità adattiva (germline → ipermutazione somatica → selezione mediata da T follicular helper). L’analogia non serve per “romanzare” l’IA: serve per ricordare che l’efficacia non è un atto unico ma una sequenza. Un LLM non diventa affidabile perché “lo si accende”, ma perché si costruisce una pipeline che parte da capacità generali e arriva a preferenze locali, cioè a criteri di qualità specifici dell’impresa.

 

Tre stadi, una sola logica: costruire priors, poi adattare, poi calibrare preferenze (sintesi da Reddy, 2026, Table 2).
Tre stadi, una sola logica: costruire priors, poi adattare, poi calibrare preferenze (sintesi da Reddy, 2026, Table 2).

Tradotto in change management, significa: 1) fondazioni (alfabetizzazione, dati, policy e strumenti); 2) adattamento (piloti su processi concreti, integrazione nei flussi, ownership di business); 3) calibrazione (loop di feedback umano, revisione di policy, misurazione continua e audit). Saltare il terzo stadio è il modo più comune per trasformare un progetto IA in un generatore di “demo” senza istituzionalizzazione.


La memoria duale: perché RAG è più un tema di accesso che di modello

La quarta convergenza mette in parallelo l’architettura RAG (retrieval-augmented generation) con la “doppia memoria” del sistema immunitario: plasmacellule longeve (produzione stabile) e cellule B della memoria (richiamo rapido quando serve). Per un’impresa, la lezione è architetturale: una parte della conoscenza resta “nei parametri” (capacità linguistica, ragionamento, pattern), ma la conoscenza che deve essere aggiornata, tracciata e difesa sta nella memoria “a richiesta” — basi documentali, sistemi di record, policy, contratti.

 

Doppia memoria in impresa: parametri + retrieval governato (RAG).
Doppia memoria in impresa: parametri + retrieval governato (RAG).

Qui la cultura aziendale pesa quanto l’infrastruttura: la stessa architettura può diventare un acceleratore di produttività o un rischio sistemico, a seconda di chi decide cosa è “recuperabile”, quali dati sono esclusi, come si logga l’uso e come si gestiscono incidenti. In altre parole: RAG non è un accessorio. È una politica di accesso travestita da feature.


Casi reali: dove si vede l’effetto (e dove si vedono i limiti)

Tre esempi, utili perché citabili e diversi per “maturità immunitaria” del ciclo di apprendimento:

Klarna: l’assistente AI per il customer service. La società ha dichiarato che l’assistente ha gestito una quota significativa delle chat e ridotto i tempi medi; allo stesso tempo, il dibattito successivo su qualità e ribilanciamento uomo-macchina ricorda che la calibrazione delle preferenze (stadio 3) non è opzionale. (Fonti: comunicato Klarna; Reuters).

Morgan Stanley: copilota interno su documentazione e ricerca. Il punto chiave non è il “prompt”, ma un framework di valutazione che misura affidabilità e coerenza prima di ampliare l’uso. (Fonti: OpenAI case study; comunicato Morgan Stanley).

Sviluppo software: evidenze sperimentali su strumenti tipo Copilot mostrano guadagni di velocità in task controllati; il tema per le imprese è separare produttività locale (tempo di completamento) da qualità, sicurezza e debito tecnico. (Fonti: paper su arXiv; risultati sperimentali MIT/GenAI).

Italia (banca): nei documenti pubblici di una grande banca si parla di adozione “responsabile e sicura” con guardrail e human-in-the-loop; il pezzo interessante è la governance del cambiamento (competenze, ruoli, presidi) più che il singolo tool. (Fonti: presentazioni/informativa della banca; Reuters sul contesto di trasformazione).


Framework GDE: l’IA come “Osservatore interno” da progettare

Nel framework GDE, un’organizzazione che adotta IA va letta come un “osservatore interno”: un sistema che percepisce, comprime informazione e agisce. La qualità dell’adozione non dipende solo dal modello, ma dalla vitalità del sistema di osservazione: canali di comunicazione chiari, feedback tracciabile, metrica condivisa di qualità, e capacità di correggere rotta senza “perdere coerenza”. In questa lente, l’IA è un amplificatore: se i canali sono vivi, accelera; se sono estrattivi (rumore, incentivi distorti, silos), amplifica errori e sfiducia.


Una tassonomia pratica, utile a board e C‑suite, è distinguere tre archetipi di adozione:

Adozione estrattiva. L’IA viene usata per tagliare costi e aumentare output senza ridefinire responsabilità, dati e controlli. Tipici segnali: assenza di evaluation harness, knowledge base “aperta”, incidenti ripetuti, fuga di competenze.

Adozione neutra. Si sperimentano tool e pilot, ma senza un ciclo stabile di apprendimento organizzativo. Tipici segnali: progetti che restano “proof of concept”, value non tracciato, governance intermittente.

Adozione “viva”. L’IA è integrata in un ciclo: dati → uso → feedback → correzione → audit. Tipici segnali: ownership di processo, misure di qualità e rischio, formazione e policy che cambiano con evidenza.


Box operativo — KPI per governare l’IA in azienda

Per evitare che l’IA resti un oggetto “narrativo”, servono KPI che separino: outcome (valore), leading (adozione e qualità del ciclo), rischio (incidenti) e cultura/change (qualità del feedback umano). Esempi operativi (adattare al contesto):

• Outcome: Tempo‑ciclo di un processo target attribuibile a workflow con IA (misura: BPM/ERP/CRM; confronto pre/post su processo definito).

• Leading: Adozione attiva per funzione: utenti attivi / utenti abilitati, e “profondità d’uso” (misura: log applicativi, audit accessi).

• Qualità: Tasso di correzione umana e categorie di errore (misura: review workflow, campionamento, rubriche).

• Risk: Incidenti di governance (data leakage, output non conforme, violazioni policy) e tempo di contenimento (misura: ticketing SOC/GRC).

• Cultura/Change: Frequenza e qualità del feedback strutturato (retrospettive, survey, “preference calibration” interna) e follow‑up sulle azioni correttive.


Checklist 30/60/90 giorni (decision‑first)

Una roadmap minima, pensata per imprese multi‑funzione (CEO/COO, CFO, CIO/CTO, HR, Legal‑Compliance):

30 giorni

Definire 2–3 processi prioritari (costi/ricavi/rischio) e nominare un owner di business per ciascuno.

Stabilire policy dati e confini: cosa può entrare in un sistema IA, cosa no; log e tracciabilità minimi.

Impostare una “rubrica di qualità” (che cosa è un output buono) e un set di test iniziale.

Formazione mirata: alfabetizzazione su limiti (allucinazioni, bias) e responsabilità d’uso per i team coinvolti.


60 giorni

Pilota con retrieval governato (RAG) su un perimetro chiuso: documenti approvati, aggiornati, versionati.

Integrare il workflow di review: campionamento, doppia firma per output sensibili, escalation.

Mettere in piedi un registro incidenti e un processo di remediation (come per sicurezza o qualità).

Misurare KPI leading e qualità; decidere “stop/scale” su evidenze, non su entusiasmo.


90 giorni

Stabilizzare lo stadio 3: loop di feedback (preferenze) e aggiornamento periodico di policy e knowledge base.

Allargare a una seconda funzione solo se il primo ciclo è auditabile e ripetibile.

Formalizzare governance: comitato leggero (business+IT+legal+HR), cadenza e responsabilità.

Piano competenze: ruoli (product owner IA, data steward, risk owner), incentivi e percorsi.


Il Filo Rosso

Il filo rosso del paper di Reddy, per un imprenditore, non è l’analogia “romantica” tra biologia e software. È l’insistenza su tre parole: selezione, stadi, memoria. Selezione significa definire criteri e dati; stadi significa costruire un percorso che arriva alla calibrazione delle preferenze; memoria significa separare ciò che il modello “sa” da ciò che l’impresa deve governare e aggiornare. Chi mette in fila questi tre elementi trasforma l’IA in capacità organizzativa. Chi li ignora compra solo velocità, e spesso la paga con rischio.


Fonti essenziali

Reddy, S.T. (2026). Computational Convergence of Adaptive Immunity and Artificial Intelligence. bioRxiv preprint, doi:10.64898/2026.02.03.703525 (posted 5 Feb 2026).

Commissione europea (2024). “AI Act enters into force” e pagina di timeline applicativa dell’AI Act (consultate per data di entrata in vigore e scadenze).

ISO/IEC 42001:2023 (Artificial intelligence management system).

NIST (2023). AI Risk Management Framework (AI RMF 1.0).

Klarna (2024) comunicato su AI assistant + Reuters (2024–2026) per contestualizzazione.

OpenAI (case study) e comunicati Morgan Stanley (2024) su applicazioni interne di GenAI.


 

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