Debito USA: la sostenibilità nel secondo mandato Trump e gli effetti su Cina, UE e Italia
- Andrea Viliotti

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min
Tra tassi, dazi e transizione energetica, il conto del debito entra nel cuore della politica economica.
Il debito federale non è solo un numero: è un vincolo che attraversa mercati, alleanze e consenso interno. Nei prossimi 12 mesi la partita si giocherà su tre leve — costo del denaro, commercio ed energia — con effetti diretti su Europa e Italia.
Il debito pubblico americano continua a salire su una traiettoria che le stesse istituzioni federali descrivono come strutturalmente espansiva nel medio periodo. Il punto non è una crisi imminente, ma un cambio di regime: quando il costo del servizio del debito diventa una voce che compete, politicamente e contabilmente, con difesa, welfare e incentivi industriali, la sostenibilità smette di essere un dibattito da addetti ai lavori e diventa una variabile di potere.
Nel ciclo politico attuale, guidato dalla Casa Bianca di Donald J. Trump (inaugurazione 20 gennaio 2025), il tema si intreccia con tre scelte che hanno già preso forma in atti e comunicazione: una politica commerciale più tariffaria, un’agenda energetica che punta a “sbloccare” l’offerta domestica e una pressione costante per allentare i vincoli percepiti come freni industriali. Il risultato è un equilibrio delicato: più crescita nominale e più gettito aiutano i conti; ma tariffe, ritorsioni e shock energetici possono rialzare l’inflazione e quindi i tassi, rendendo più oneroso rifinanziare il debito.

Il perimetro: che cosa significa “debito USA”
Due misure convivono e spesso vengono confuse. La prima è il debito totale (total public debt): include sia il debito detenuto dal pubblico sia le posizioni intra-governative. La seconda è il debito detenuto dal pubblico (debt held by the public), che è la base più usata per ragionare su sostenibilità macro e su assorbimento da parte dei mercati. Nel terzo trimestre 2025 il debito detenuto dal pubblico risulta vicino al 97,4% del Pil, mentre il debito totale supera i 37,6 trilioni di dollari in valori di contabilità nazionale. In parallelo, il costo degli interessi ha toccato circa 970 miliardi di dollari nell’esercizio fiscale 2025, su entrate federali per circa 5,235 trilioni: una quota nell’ordine di un quinto, che rende il “rischio tassi” un tema politico, non solo finanziario.
Il nodo finanziario: “spazio fiscale” in un mondo più caro
La sostenibilità, in prima approssimazione, dipende dalla differenza tra tasso d’interesse implicito sul debito e crescita nominale, oltre che dal saldo primario. Finché la crescita nominale resta pari o superiore al costo medio del debito, la dinamica può essere gestibile anche con deficit moderati. Il problema è che il mercato oggi prezza un costo del denaro che non è più “gratis”: a fine gennaio 2026 il Treasury a 10 anni oscilla attorno al 4,24%, mentre il corridoio dei Fed Funds è 3,50–3,75. In questo regime, ogni scelta che mantiene alta l’inflazione o irrigidisce le aspettative — tariffe, shock energetici, frizioni logistiche — si riflette più rapidamente sul costo di rifinanziamento.
Questo non equivale a una crisi di solvibilità automatica: gli Stati Uniti emettono nella valuta di riferimento, con un mercato profondo, e la domanda di Treasury continua a essere un pilastro del sistema finanziario globale. Ma cambia la gerarchia delle priorità. Se l’onere per interessi cresce, le decisioni su spesa discrezionale e incentivi industriali diventano più conflittuali; e la politica può reagire in due modi: riducendo il disavanzo (tagli o tasse) oppure cercando crescita nominale più alta, anche accettando più volatilità su prezzi e ciclo.
USA, Cina e UE
Nel triangolo USA–Cina–Unione europea, il debito americano è allo stesso tempo un’àncora e un’arma. È un’àncora perché i Treasury restano la base delle riserve e della collateralizzazione globale. È un’arma perché la politica economica statunitense può usare commercio e tecnologia per spostare costi e rendite lungo le catene del valore, e perché l’intreccio tra debito, dollaro e sanzioni determina incentivi e rischi per chi detiene asset in valuta USA.
La Cina osserva due dimensioni: la traiettoria del costo del capitale in dollari (che incide su crescita e flussi) e la “geopolitica della dipendenza” da infrastrutture finanziarie dominanti. In questo quadro, la quota di debito federale detenuta da investitori esteri resta un indicatore sensibile: nel secondo trimestre 2025, il debito detenuto da investitori esteri e internazionali è poco sopra i 9,1 trilioni di dollari. Non è un numero che dice “chi comanda”, ma è un termometro del grado di interdipendenza e, quindi, dei margini di manovra reciproci.
Per l’UE la partita è doppia. Da un lato, un dollaro forte e tassi USA elevati irrigidiscono le condizioni finanziarie globali e possono importare volatilità. Dall’altro, la risposta europea passa sempre più da strumenti industriali e climatici che diventano, inevitabilmente, anche strumenti geopolitici. Il Carbon Border Adjustment Mechanism, entrato nel regime definitivo dal 1° gennaio 2026, con implicazioni operative e potenziali frizioni commerciali con partner extra-UE. In parallelo, la transizione resta un tema di competitività: energia, prezzi e regole incidono su dove si investe e su chi assorbe i costi.
Politica economica “Trump 2.0”: dazi ed energia come leve sul ciclo
La Casa Bianca ha già formalizzato una svolta tariffaria: un dazio “baseline” del 10% su tutti i Paesi e dazi “reciproci” più alti per i partner con cui gli Stati Uniti registrano i maggiori deficit commerciali, con entrata in vigore nella primavera 2025. In logica di bilancio, le tariffe sono gettito; in logica macro, sono un’imposta su input e consumi che può riaccendere pressioni sui prezzi e quindi sui tassi, soprattutto se scatena ritorsioni o ricomposizioni improvvise delle supply chain.
Sul fronte energia, l’esecutivo ha impostato la cornice già dal giorno dell’insediamento: un ordine presidenziale del 20 gennaio 2025 chiede di “mettere in pausa” la disbursement di fondi dell’Inflation Reduction Act e di rivedere programmi e procedure, oltre a rimuovere ostacoli regolatori all’offerta. È una scelta che punta a ridurre il prezzo politico dell’energia nel breve, ma apre un’incognita: se la transizione rallenta e la volatilità energetica aumenta, il canale energia→inflazione può tornare protagonista, soprattutto in Europa.
Italia: spread, export e politica industriale
Per l’Italia il canale immediato è finanziario. In un mondo in cui i tassi americani restano alti e la volatilità aumenta, l’attenzione torna sul differenziale di rendimento tra debito sovrano e “benchmark” europeo. A fine gennaio 2026, sulla base dei rendimenti decennali, lo spread BTP–Bund è nell’ordine di 0,62 punti percentuali. Non è un allarme di per sé, ma è un segnale che il prezzo del rischio resta vivo e reagisce a shock esterni (energia, commercio, geopolitica) e a shock interni (crescita potenziale, credibilità fiscale, stabilità politica).
Il secondo canale è reale: export e catene del valore. Se la politica commerciale USA irrigidisce l’accesso al mercato o cambia i vantaggi relativi tra fornitori, la manifattura europea e italiana può subire sia uno shock di domanda (dazi diretti) sia uno shock di concorrenza (reshoring e incentivi domestici). Qui entra la terza dimensione: tecnologia e difesa. Le iniziative di “prioritizzazione” della base industriale e gli atti presidenziali su procurement e sicurezza spingono verso una maggiore localizzazione. Per l’Italia la risposta non può essere solo difensiva: serve scegliere dove agganciarsi alle filiere che restano aperte (difesa europea e interoperabilità NATO, energia e infrastrutture, chip e AI applicata) e dove ridurre la dipendenza (componenti critici, software e dati).
Implicazioni per imprese
Per chi produce, investe e finanzia, il tema debito USA diventa un filtro su quattro domande operative:
· Difesa: quali programmi e commesse sono compatibili con un contesto di “spazio fiscale” più stretto negli USA e con una maggiore richiesta di burden sharing in Europa.
· Energia: quanto la volatilità del Brent resta un rischio di margine e di domanda; e quanto conviene coprirsi o diversificare fornitori e contratti.
· Tech/AI/chip: come cambiano export controls, standard e incentivi; e quali partnership restano “a basso attrito” tra Stati Uniti e Unione europea.
· Export e PMI: quali mercati alternativi (UE, Mediterraneo, Asia non-Cina) possono compensare frizioni USA; e come ripensare pricing e logistica.
· Finanza (BTP/banche): quanto la duration e la raccolta reagiscono a un rialzo dei tassi o dello spread: e quali stress test interni usare (tassi, spread, FX).
Cinque scenari per i prossimi 12 mesi (2026)
1) Atterraggio morbido e “contenimento del rischio tassi”. Inflazione USA stabile, tariffe gestite con eccezioni e negoziati; Fed in pausa lunga. Impatto: volatilità bassa-moderata, dollaro forte ma non destabilizzante.
2) Tariffe e ritorsioni: inflazione più rigida, tassi più alti più a lungo. Il canale dazi→prezzi riapre il dossier “servizio del debito” e irrigidisce l’accesso al credito globale. Impatto: compressione margini, rialzo volatilità (Europa inclusa).
3) Stimolo fiscale e accelerazione della spesa: crescita nominale più alta nel breve ma premio a termine in aumento sui Treasury. Impatto: dollaro forte, pressione su debito emergente e su condizioni finanziarie UE.
4) Shock energetico: domanda/offerta o eventi geopolitici rialzano Brent e inflazione importata. Impatto: BCE più cauta, spread periferici più sensibili, competitività industriale sotto stress.
5) Compromesso istituzionale: accordo su un sentiero pluriennale di bilancio (anche solo procedurale), con misure di contenimento del deficit e stabilizzazione delle aspettative. Impatto: premio per la credibilità, migliore trasmissione di policy industriale e investimenti.
Prossimi dieci anni: cinque traiettorie globali che dipendono dal debito USA
Gli scenari sopra descrivono i prossimi dodici mesi; ma la sostenibilità del debito si misura sui tempi lunghi, perché il debito agisce come un “moltiplicatore” di fragilità o di resilienza.
Se la traiettoria resta espansiva, il sistema tende a spostarsi verso uno di questi esiti (non esclusivi, spesso combinati), ciascuno con un canale di trasmissione chiave:
1) “Higher for longer” come nuova normalità. Il premio per il rischio fiscale si consolida e le condizioni finanziarie globali restano più rigide. Canale: tassi→dollaro→costo del capitale. Impatto: pressione su Europa ad alto debito e su mercati emergenti; incentivi al reshoring e a catene del valore più regionali.
2) Aggiustamento fiscale graduale (tagli/tasse) con conflitto politico. Il debito rallenta, ma al prezzo di scelte distributive difficili. Canale: politica interna→credibilità→premio a termine. Impatto: più “stop-and-go” legislativo, polarizzazione, e rischi di policy reversals.
3) Crescita nominale come “valvola” (più inflazione, più crescita, o entrambe). Se la crescita nominale supera stabilmente il costo del debito, la dinamica migliora, ma il rischio è un regime in cui la stabilità dei prezzi perde centralità. Canale: inflazione→tassi reali→asset allocation. Impatto: rotazione tra asset, riallocazioni di risparmio e tensioni sociali su salari e potere d’acquisto.
4) Financial repression “soft”. Maggiore uso di regolazione, incentivi e bilanci pubblici per orientare la domanda di titoli e contenere i costi. Canale: regolazione finanziaria→domanda di Treasury→tassi. Impatto: compressione dei margini bancari, frizioni su investitori esteri, e nuove pressioni su piazze finanziarie europee.
5) Frammentazione geo-economica accelerata. Il debito diventa anche leva geopolitica: tariffe, sanzioni e standard tecnologici ridisegnano scambi e investimenti. Canale: commercio/tecnologia→produttività→gettito. Impatto: più volatilità, più spesa per sicurezza, e competizione industriale permanente tra Stati Uniti, Cina e Unione europea.
In tutti i casi, l’Italia è “price taker” sui tassi globali: la strategia non è prevedere un esito unico, ma costruire opzioni — diversificazione mercati, energia più stabile, e un profilo di finanza pubblica che riduca la sensibilità dello spread agli shock esterni.
Cosa monitorare nel 2026
· Tassi e curva USA: livello del 10 anni e segnali di premio a termine, perché sono il canale più diretto verso costo del debito.
· Inflazione e salari negli Stati Uniti: se la disinflazione si blocca, il corridoio dei tassi resta più alto.
· Calendario fiscale e negoziati su budget: rischio di stop-and-go politico su spesa e investimenti.
· Dazi, eccezioni e ritorsioni: soprattutto su auto, componentistica e beni intermedi.
· Energia e supply chain: Brent, logistica, capacità di raffinazione e gas; con effetti su Europa.
· Spread Italia e condizioni bancarie: reazione a shock esterni e capacità di assorbimento domestica.
Visual (grafici e istogrammi)
EUR/USD (chiusura)

Brent future (chiusura)

Spread BTP 10Y vs Bund 10Y

VSTOXX (chiusura)

FTSE MIB (chiusura)

BCE deposit facility rate (ECBDFR)


FTSE MIB, rendimenti giornalieri (log)

EUR/USD, rendimenti giornalieri (log)

Timeline
20 gennaio 2025 — Insediamento e ordine “Unleashing American Energy”: pausa e revisione dei fondi IRA/IIJA.
2 aprile 2025 — Annuncio quadro dazi: baseline 10% e schema “reciproco” su partner con deficit elevati.
5 aprile 2025 — Entrata in vigore del dazio baseline del 10%.
1 gennaio 2026 — Avvio del regime definitivo CBAM nell’Unione europea.
29 gennaio 2026 — Treasury 10 anni al 4,24%; volatilità europea (VSTOXX) in rialzo rispetto a inizio mese.
31 gennaio 2026 — Corridoio Fed Funds 3,50–3,75; BCE deposit facility al 2,00 (dati di fine mese).
Numeri chiave
· Debito federale totale (GFDEBTN): 37,637,553 milioni $ (≈ 37,64 trilioni). Periodo: Q3 2025. Fonte: Treasury Fiscal Service/FRED.
· Debito federale detenuto dal pubblico (FYGFDPUN): 30,298,282 milioni $ (≈ 30,30 trilioni). Periodo: Q3 2025. Fonte: Treasury Fiscal Service/FRED.
· Debito/Pil (debito detenuto dal pubblico): 97,42831%. Periodo: Q3 2025. Fonte: OMB + FRED (calcolo su FYGFDPUN e Pil).
· Interessi federali (FYOINT): 970,359 milioni $. Periodo: FY 2025. Fonte: OMB/FRED.
· Entrate federali (FYFR): 5,234,616 milioni $. Periodo: FY 2025. Fonte: OMB/FRED.
· Treasury 10 anni (DGS10): 4,24%. Periodo: 29 gennaio 2026. Fonte: Federal Reserve/FRED.
· Inflazione USA (CPI, var. a/a): 2,7%. Periodo: dicembre 2025. Fonte: BLS/FRED.
· Inflazione area euro (HICP, var. a/a): 1,9%. Periodo: dicembre 2025. Fonte: Eurostat.
· Spread BTP–Bund 10 anni: 0,62 pp. Periodo: 30 gennaio 2026. Fonte: dataset utente (BTP 10Y e Bund 10Y).
Filo rosso
Il filo rosso è che il debito USA resta sostenibile finché la politica riesce a tenere insieme tre obiettivi che si tirano a vicenda: crescita nominale sufficiente, stabilità dei prezzi e consenso per scelte fiscali credibili. Nel 2026, con dazi ed energia usati come leve del ciclo, il rischio non è un “crack” improvviso ma una sequenza di piccole tensioni: premio a termine più alto, più volatilità nei mercati, e una geopolitica commerciale che mette l’Europa — e l’Italia — davanti a scelte industriali meno rinviabili.






Commenti