Il decennio delle partenze: l’Italia nella concorrenza europea per i giovani
- Andrea Viliotti

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
Nel 2024 le cancellazioni per l’estero arrivano a 191mila e gli espatri di cittadini italiani a 155.732, con un saldo vicino a -103mila. Le mete sono soprattutto europee: Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera e Francia sommano circa il 55%. Nel 2026–2036 la sfida non è solo “perché si parte”, ma come rendere più facile restare e conveniente tornare, trasformando la diaspora da perdita a rete operativa.
L’emigrazione giovanile dall’Italia è tornata al centro del dibattito perché i numeri “registrati” nel 2024 segnano un salto: più partenze, meno rientri, e un peso crescente delle fasce più giovani. Ma il dato, da solo, non basta. Il punto – per imprese, università, sanità e territori – è capire dove si aprono i canali di uscita, quali opportunità all’estero sono percepite come più credibili, quali attriti trattengono i rientri e quali reti rendono la scelta più semplice. È lì che si gioca il decennio 2026–2036.
Secondo Istat, le cancellazioni per l’estero (trasferimenti di residenza registrati) sono state 158mila nel 2023 e 191mila nel 2024. Nel solo 2024 gli espatri di cittadini italiani sono stati 155.732 a fronte di 52.508 rimpatri: un saldo vicino a -103mila. A gennaio–ottobre 2025, però, le cancellazioni per l’estero scendono a 115mila, -30% rispetto allo stesso periodo del 2024: un segnale da leggere con prudenza, perché provvisorio e perché influenzato anche da come e quando ci si iscrive all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero.

Il termometro delle anagrafi: boom 2024, frenata provvisoria 2025
Il 2024 è l’anno del picco “contabile”. La fotografia dice: più uscite e meno ritorni. Ma la lettura va fatta distinguendo tra tendenza strutturale e fattori amministrativi. Nel 2024, nota Neodemos, può aver inciso anche un nuovo regime sanzionatorio per la mancata iscrizione all’Aire introdotto con la legge di bilancio 2024: un incentivo a regolarizzare posizioni già esistenti. È una correzione del termometro, non la malattia, ma può spostare il livello misurato da un anno all’altro.
In altre parole: anche se una quota dell’aumento fosse “registrazione” più che “nuova partenza”, resta il dato di fondo che l’Italia si muove dentro un mercato del lavoro europeo molto integrato, dove il trasferimento è meno costoso di un tempo e dove la rete – amici, colleghi, comunità online, ex compagni di corso – abbassa il rischio percepito.
I numeri chiave
Fonte principale: Istat (Migrazioni interne e internazionali… anni 2023-2024; Bilancio demografico mensile gennaio–ottobre 2025) e Neodemos (analisi su dati Istat).
I valori 2025 sono provvisori e soggetti a consolidamento.
Indicatore | Periodo | Valore |
Cancellazioni per l’estero (totale) | 2023 | 158.000 |
Cancellazioni per l’estero (totale) | 2024 | 191.000 |
Cancellazioni per l’estero (totale) | Gen–Ott 2025 (provv.) | 115.000 |
Variazione cancellazioni per l’estero | Gen–Ott 2025 vs Gen–Ott 2024 | -30% |
Espatri cittadini italiani | 2024 | 155.732 |
Rimpatri cittadini italiani | 2024 | 52.508 |
Saldo cittadini italiani (rimpatri−espatri) | 2024 | -103.224 |
Tasso di rientro (rimpatri/espatri) | 2024 | 33,7% |
Quota 18–39 tra gli emigranti | 2024 | ≈60% (51,7% nel 2010) |
Destinazioni degli espatri (cittadini italiani) | 2024 | ≈74% Europa; top 5 Paesi ≈55% |
Emigrazioni di cittadini italiani nati all’estero | 2023–2024 | ≈87mila (≈1/3 degli espatri) |
Saldo laureati 25–34 | 2019–2023 | italiani ≈ -58mila; stranieri ≈ +68mila |
La geografia delle mete: l’Europa vicina, con cinque calamite
Se si guarda alle destinazioni, il fenomeno diventa meno “Italia-centrico” e più simile a una competizione tra sistemi. Nel 2024 circa il 74% degli espatri di cittadini italiani ha avuto come destinazione l’Europa; Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera e Francia, insieme, raccolgono circa il 55% delle partenze. Sono Paesi che offrono mercati del lavoro ampi, grandi aree metropolitane, percorsi professionali percepiti come più rapidi e – spesso – un accesso più lineare a stage, dottorati e carriere tecniche.
C’è poi un aspetto che vale la pena mettere in chiaro: una parte non trascurabile dei flussi riguarda cittadini italiani nati all’estero. Nel biennio 2023–2024, secondo Istat, sono stati circa 87mila: circa un terzo degli espatri di cittadini italiani nello stesso periodo. È la “geografia della cittadinanza”: nuove acquisizioni e mobilità che si intrecciano. Per leggere l’emigrazione giovanile, quindi, serve separare i percorsi: chi parte dopo aver studiato e lavorato in Italia, e chi è italiano “di passaporto” ma con reti familiari e opportunità originarie altrove.
Il percorso a due tappe: dal Mezzogiorno al Nord, poi oltreconfine
Il decennio 2026–2036 si giocherà molto anche sulla catena territoriale. I movimenti interni non sono solo un fenomeno parallelo: spesso sono il trampolino. La traiettoria tipica – soprattutto per chi ha ambizioni professionali o accademiche – è: Sud→Nord per università o primo lavoro; poi Nord→estero quando l’esperienza accumulata diventa spendibile su mercati più grandi. È un meccanismo che colpisce due volte il Mezzogiorno: perde giovani verso il Centro-Nord e, indirettamente, perde una parte di quel capitale umano anche verso l’estero.
Istat fotografa un’Italia molto mobile: nel 2024 i trasferimenti di residenza tra Comuni superano 1,4 milioni e oltre 241mila spostamenti avvengono dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Non è solo un tema demografico, è un tema di infrastrutture sociali: dove si concentrano università, ospedali di riferimento, imprese e reti professionali si concentrano anche le opportunità – e si alza l’asticella per trattenere.
Laureati, STEM e sanità: la competizione è sulle carriere
La “fuga” più costosa è quella dei profili su cui il Paese investe di più: laureati, competenze STEM e professioni sanitarie. La dinamica è doppia. Da un lato, l’Italia perde giovani laureati italiani; dall’altro, continua ad attrarre laureati stranieri, con un saldo che può risultare complessivamente positivo ma che cambia la composizione del capitale umano. Nel 2019–2023, secondo Istat, il saldo dei laureati 25–34 italiani è negativo per circa 58mila unità; nello stesso periodo, quello dei laureati stranieri è positivo per circa 68mila.
Il messaggio, per chi governa università e sanità, è concreto: la decisione di partire non è legata soltanto al livello di stipendio, ma alla traiettoria. Conta quanto tempo serve per stabilizzarsi, quanto è trasparente l’avanzamento di carriera, quanto pesa la burocrazia, quanto è accessibile la casa nelle città dove si studia e si lavora. In sanità, contano turni, qualità dell’organizzazione e possibilità di crescita. In STEM, contano progetti, strumenti, contesto internazionale e mercato del lavoro.
Diaspora: rischio di perdita secca, risorsa se diventa infrastruttura
La diaspora è spesso raccontata come nostalgia o come “fuga”. Ma, nel decennio che si apre, può diventare un pezzo di politica industriale e territoriale. A fine 2024, secondo Istat, i cittadini italiani che dimorano abitualmente all’estero sono 6 milioni e 382mila: oltre la metà in Europa e più del 40% nelle Americhe. Questa rete è un rischio perché rende più facile la partenza e può trasformare l’investimento pubblico in istruzione in un guadagno per altri Paesi. Ma è anche una risorsa: contatti, capitali, competenze, mercati, ricerca.
La differenza tra perdita e leva sta nella qualità del collegamento. Se il legame resta burocratico (solo AIRE, solo consolati), la diaspora è un archivio. Se diventa piattaforma – mentoring, stage, ricerca congiunta, imprenditorialità, filiere export – la diaspora può accorciare le distanze per chi resta e per chi torna.
Rete da attivare
Dimensione e geografia: al 31/12/2024 i cittadini italiani abitualmente residenti all’estero sono 6.382.000; 54% in Europa e 40,9% nelle Americhe (Istat).
Rischio: la rete rende la partenza meno costosa; il Paese può perdere competenze formate con risorse pubbliche.
Risorsa operativa: usare la diaspora come canale di lavoro, impresa, ricerca e rientro.
5 leve pratiche per “attivare” la diaspora |
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1) Programmi alumni (università, ITS, sanità) | mentoring, job matching, stage di ritorno |
2) Sportello unico rientri (titoli, contratti, fiscalità) | ridurre tempi e incertezza burocratica |
3) “Contratti ponte” pubblico-privato per talenti | rientro con progetto e valutazione trasparente |
4) Rete diaspora per export e attrazione investimenti | contatti commerciali, scouting, co-investimento |
5) Piattaforme di ricerca congiunta e dottorati industriali | mobilità circolare, non solo “andata e ritorno” |
Agenda riforme: lavoro, casa, servizi. E un ponte stabile con l’estero
Se l’obiettivo è ridurre la “perdita netta” di giovani nel 2026–2036, le leve sono note ma vanno rese operative, misurabili e territorialmente mirate. Tre cantieri sono decisivi.
· 1) Lavoro e carriere: contratti più stabili all’ingresso, percorsi trasparenti in università e sanità, politiche salariali coerenti con competenze e responsabilità; sostegno a imprese ad alto contenuto tecnologico che creano traiettorie di crescita.
· 2) Casa e mobilità: offerta di alloggi per studenti e giovani lavoratori nelle città dove si concentra la domanda; incentivi alla mobilità interna senza trasformarla in “anticamera” dell’espatrio; servizi di orientamento e placement più forti in tutta la filiera educativa.
· 3) Servizi e tempi: pubblica amministrazione più semplice per chi apre un’attività, per chi cambia città, per chi rientra; sanità territoriale che riduca l’“emigrazione sanitaria” interna e migliori la qualità di vita.
Accanto a questi cantieri, serve un ponte strutturale con l’estero: canali di rientro non episodici, ma integrati nei sistemi di università, imprese e servizi pubblici. In pratica: rendere “facile” la circolazione delle competenze senza accettare come inevitabile la perdita definitiva.
Filo rosso
Nel decennio 2026–2036 l’emigrazione giovanile non sarà un destino scritto, ma l’esito di scelte quotidiane: dove conviene studiare, dove conviene lavorare, dove conviene costruire una vita. La politica può cambiare la traiettoria se rende credibili le opportunità in Italia, riduce gli attriti che bloccano i rientri e usa le reti della diaspora come infrastruttura. Misurare bene, intervenire presto, connettere meglio: è questa la linea che separa la perdita secca dalla mobilità che crea valore.
Nota metodologica
Per costruire questa analisi ho usato un approccio di lettura che mette in fila quattro domande molto concrete: (1) attraverso quali canali le persone si muovono (studio, lavoro, reti familiari, mobilità interna), (2) quali opportunità sono percepite come più credibili nelle diverse mete (carriere, progetti, servizi), (3) quali attriti frenano la permanenza o i rientri (casa, burocrazia, tempi di carriera, qualità dei servizi), e (4) quali reti abbassano il rischio e accelerano le decisioni (diaspora, alunni, comunità professionali). Questo schema è parte dell’ecosistema GDE (Generalized Decision Economics): non è una “formula” che predice il futuro, ma un modo per rendere verificabili le ipotesi, separare i dati osservati dalle interpretazioni e costruire scenari condizionali.






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